Sunday, February 10, 2008

Roque Dalton


Nuda


Amo la tua nuditá
Quando sei nuda mi bevi con i pori
Come fa l'acqua quando tra i suoi muri
Mi sommergo.
La tua nuditá abbatte
col suo calore i limiti,
M'apre tutte le porte a indovinarti
Mi conduce per mano come un bimbo perduto
Che ti porgesse quieti i suoi anni, i suoi dubbi.
La pelle dolce e sana che respiro e sorseggio
Diventa il mio universo, il credo che mi nutre;
La lanterna aromatica che alzo come un cieco
Quando il desiderio mi latra tra le ombre.
Quando a me ti denudi con le palpebre chiuse
Ti contiene una coppa vicina alla mia lingua
Entri nelle mie mani como pane dovuto
Ti contiene il mio corpo più saggio di quest'ombra.
Il giorno in cui morrai nuda voglio interrarti
Per che sia trasparente il tuo scioglierti in terra,
Per baciarti la pelle lungo ogni sentiero
Intrecciarti nei fiumi i capelli dispersi.
Il giorno in cui morrai voglio interrarti nuda
Come mi sei rinata di nuovo tra le gambe.

Thursday, December 20, 2007

nudos

Jorge Eduardo Eielson

Dio sorride nello schermo

Del cielo. Vedo il suo sembiante
Fatto di righe e punti
Luminosi. Non sono sicuro, però
Che sia il suo. Se fosse il mio?
Spengo la televisione
Sorrido anch’io

*

Vedo una sfera gialla

Ma quadrata che brilla appena.
Già non è più nulla. Vedo migliaia
Di sfere gialle
Che non sono quadrate
E che non brillano nemmeno

*

Dopo tutto quello che ho visto

Nella vita continuo a credere
Che non v’è nulla di più semplice
Né di più bello
Che una bottiglia di vino
Quando piove
E solo il fuoco ci resta
Per amico

*

So perfettamente

Che la mia casa è una stella
Che si chiama vita
Che questa stella è la terra
E che ne avrò un’altra di casa più tardi
Su un’altra stella
Chiamata morte

*

Nonostante tutto quello che ho vissuto

E sognato la mia unica corona
È la mia povertà
Il mio sangue porporino e stanco
Il mio unico manto nella vita
Principe eterno di niente
Nulla mi rende più felice
Nulla più leggero
Che la mia corona

*

Faccia dei coriandoli con questo foglio di carta

E li getti dalla finestra
Con le sue angustie
I suoi calzini e le sue unghie
Qualcuno giú di sotto finirá per riceverli
Como chi riceve
La pioggia dal cielo.

*

Gli uomini d’affari non respirano

Non singhiozzano non conoscono
Le magnolie. Solo a gran pena orinano
E defecano come possono. Neppure
Amano qualcuno e nessuno
Li ama. Non vi sono animali piú veloci
E piú prossimi a la morte
Che questi esseri vacui
Non c’è nulla che non desiderino
O che sia loro negata ma al loro contatto
Tutto diventa nulla
Gli uomini d’affari
Sono tanto veloci e tanto stupidi
Che non conoscono
L’ozio.

Trad. genseki

Tuesday, December 04, 2007

Gonzalo Arango




Picnic nell'aldilá




Quella notte mi invitarono a un picnic sulla riva del mare


Appoggiato a un tronco con il cervello pieno di fumo, la logica divenne cenere nel sacro rogo.


Di colpo sentii che la pelle mi abbandonava con una dolcezza ronzante e si incendiava a stella, lassù, lontano.


Ero affascinato dal prodigio.


Per le mie vene non scorreva sangue, bensí un etere serafico che mi alleviava dalla pesantezza del corpo.


Chiusi i circuiti del pensiero, volavo all'infinito dentro me stesso. Verso Dio.


Un certo momento mi assalí un terrore relativo alla mia vita. Sentii che trasmigravo...


Un torbido sentimento di colpa pesava sulla mia anima per osare entrare negli enigmi.


Presentii, terrorizzato, che stava per succedere la stessa cosa della mia pelle: una forza brusca, soprannaturale, mi avrebbe strappato da me stesso per lanciarmi nel vuoto.


Con una paura impotente mi afferrai al tronco per evitare la caduta, ma il legno cominció a scricchiolare disintregrandosi, in un divorzio dal mio corpo, come se la materia mi avesse esiliato dalla sua realtá.


Assolutamente indifeso evocai ció che amavo di piú, la cosa piú bella che avrebbe potuto trattenermi da questo lato del mondo: quella donna e la perturbante promessa della sua tenerezza sessuale.


Tutto inutile.


Nulla poteva raggiungermi nella vertigine di quell'abisso n cui giravo lontano da ogni possibilitá umana.


Naufrago del cielo, perduto nel turbine delle costellazioni, scintilla di nulla nell'eternitá, ero trascinato da quella marea di terrore verso un regno di luce spettrale, alle illimitate colline del non-essere...


Si non mi ricordo male, questo giallore mistico imitava un cielo religioso in cui la luce era beatitudine.


Sicuramente ero morto sulla terra. Questa evidenza si impose con una tale chiarezza che non aveva senso ribellarmi.Consentii alla mia morte e nemmeno potevo ricordarmi come corpo.


Eccomi qua spogliato della materia, vagare senza memoria in cieli vuoti.


Mio Dio, che deserti! Pure solitudini... luce senza limit...senza distanze... ove mi sento perduto.


Non vedo Dio e non ho speranza di incontrarlo.


Mi metto a cercare disperatamente quella donna che amai sulla terra da cui una volta di piú mi sarebbe giunta la salvezza.


Questa illusione gravita in me come un destino


Percorro tutti gli stadi dell'eternitá: nulla, nessuna presenza, nessun segno. L'umano è assente dal mondo.


O Dei, dve nascondete i mortali?


L'idea che dovró vivere tutta l'eternitá in questa assenza, duole alla mia anima come un esilio.


Sento la tenera e terribile nostalgia della terra, la sete di succhi, il giubilo del rum intorno al fuoco, una cascata in montagna che lava una donna nuda, la mia donna in un campo di girasoli, una amaca sotto le stelle di Tolù. Odore di campi arati, fiui di miele, di rugiada, oh sì!, la terra, regno trasparente di luce di pienezza!


Quando ritornai i pellicani giocavano sulle onde dell'immenso loto, bolle di sole nell'aria.


La terra era un sogno che risvegliava dall'incubo di Dio, e era verde.


La benedissi




***




Poema tristissimo




Se muoio


Ti invito al sole


Anima mia


E non dimenticare


Di portare con te


Il tuo corpo




Soffriremo felici


E insieme saremo


Carne di luce


Nella memoria di Dio




E se Dio non esiste


Fa lo stesso




Ci ricorderemo del sole


Che ci piaceva tanto


A Calì in Colombia


Nuovo Mondo. Ricordi?




Gonzalo Arango


trad genseki






Tuesday, October 16, 2007

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Quevedo



Salmo XIX

Come dalle mie dita scorri via
Come ti vai sciogliendo, o vita mia!
Con muti passi avanzi, o morte rìa
Con silenzioso pié, fai tutto eguale

Fera, di terra il fragil muro scali,
A cui la vana gioventú s'affida
Ma giá del giorno estremo l'alma ria
Attende il volo e non ne mira l'ali

Oh destino mortale! Oh dura sorte
Chi soltanto il disìo di vita afferma
Proprio per questo approssima la morte

E ogne istante della vita umana
È una sentenza nova che conferma
Quanto fragile sia, misera e vana.


trad genseki

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Friday, August 03, 2007

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La festa dei folli

Gemain Colin-Bucher
(1475-1545)

Epitaffio di un Bevitore

Qui giace, ed or ne udrete meraviglie
Un famoso assassino di bottiglie,
Anti-Bacco, crudele vinicida
Mai gotto non lasciò pieno né vuoto.
Taccio il suo nome perché puzza di vino
Ma v’era in lui uno spirito divino
Solo a mirarlo dava sete a tutti
Latte avea in uggia e ciliegie e il melone
I fichi, l’uva passa e l’altri frutti
Solo avea care le noci e ‘l provolone,
Al gargarozzo sentiva tanto male
Che si nutriva sol di carne al sale
Iddio e i Santi copriva di bestemmie
Quegli anni ch’eran scarse le vendemmie
Per questo, gente mia, dovete credere
Che venne al mondo per bere e non per gemere.
Deh non piangete la sua dipartita!
Ché la sua vita al vino era asservita.
Fate piuttosto a Bacco orazione
Si ch’infine l’accolga in sua magione
E lo sistemi in fondo alle cantine
Ché degna di sua vita sia sua fine.
*



Jean Lemaire des Belges

Rondò

Grande Concordia con picciola Avarizia
Cuori devoti a nobile Milizia
Audacia in guerra ed in pace equità
Posero Roma in tale autorità
Che stava il mondo intero al suo servizio.
Quivi fu posto il trono di giustizia
E così bene svolse il proprio offizio
Ch’ognun stimava tal felicità
Ben grande.
Quando Vertù cedette ‘l loco al Vizio,
Quando ricchezza ed ambizion inizio
Di tutti i mal varcarono sue mura
Con esse entraro e ruina e paura
E sua caduta fue senza mesura
Grande.
*


Pierre Gringoire

Il Bando del Principe de’Folli

Orsù folli lunatici, folli storditi e saggi
Abbandonate i borghi, le castella, i villaggi,
Folli furiosi, folli stolti e sottili,
Deh! Folli innamorati, folli sparsi e selvaggi.
O folli vecchi e nuovi, de’ più vari legnaggi,
Folli stranieri, barbari, gentili,
Folli perversi, folli loici e vili,
Il Prence Vostro senza tirare il fiato
Sarà Martedì Grasso in Piazza del Mercato.
O dame folli, o folli damigelle,
Folli vegliarde e giovanette snelle,
Folli codarde e ardite, laide e belle,
Voi tutte folli che amate l’augellino,
Folli secche dolcissime o rubelle,
Folli che bramano il loro bottino,
Folli che trottano per ogni cammino,
E magre e rosse e col cranio spelato
Martedì starà il Prence in Piazza del Mercato.
Folli embriachi, pilastri dell’osto,
Folli che sputan scaracchi di mosto,
Folli cui piace ‘l dado, il vino e ‘l sesso,
Folli ch’a notte braccano la topa,
Folli che spesso impugnano la scopa,
Folli che a Dame lo forniscon spesso
Folli ben mondi folli cui pute il fiato
Martedì starà il Prence in Piazza del Mercato.
Mamma de’Folli invita le piccine
Orsù correte tutte voi beghine
Che di nascosto ‘l buon tempo vi date
Folli gaie, carine, delicate,
Folli di miel che le gonne levate,
Folli che fate gli uomini godere,
Folli nordici e folli cameriere,
venir dovete con il capo agghindato
Martedì starà il Prence in Piazza del Mercato.
Scritto e approvato trincando a gran boccali,
Senza obliar nessuno della greggia
Dal Prence istesso e da’ suoi offiziali
Il sigillo è di dama una scoreggia.


*

trad. genseki

Monday, July 16, 2007

Jacmel

Quando era adolescente
Viveva in una città
Che era una leggenda
Sulle coste del Mar dei Caraibi.
Chi lo voleva poteva
Trasformarsi in qualsiasi cosa
Un albero, per esempio,
Che cammina e beve del Rum,
Oppure un bue che suona l’organo
In chiesa alla domenica,
Un leone che fa becchi
Tutti i notai della città.
Lui, una sera della sua adolescenza,
Divenne un cavallo da corsa
Lo videro attraversare al galoppo Jacmel
Nitriva e invitava la gente
A venire a correre con lui nella strada.
Le porte e le finestre, però, restavano ben chiuse.
Poi, all’improvviso una ragazza è corsa fuori
Da una casa di Piazza d’Armi:
Era una delle più belle della città.
In camicia da notte
e sorrideva all’equadolescente
Quando egli venne accanto a lei
La ragazza si tolse la camicia
E balzò sullla sua schiena: lui prese a galoppare
Andò al galoppo senza fine nella notte
Facendo molte volte il giro di Jacmel.
Sentiva Adriana tutta nuda sulla sua schiena
Come il cielo notturno profuma di stoffa
Come la terra profuma dell’erba del mattino
Fiutava il suo sapore di ragazza.
Al galoppo, al galoppo nella notte
Sulla schiena l’astro di Jacmel
Sulla schiena tutta la gioia
Tutto il dolore di quella città.
E la paura e l’odio
sulla schiena
Al galoppo al galoppo nella notte
Coi baci
E tutti i sogni di Jacmel sulla schiena.
Al mattino andarono al mare
Dove si rinfrescarono a lungo,
Poi fu la volta del fiume
Per lavarsi il corpo dal sale.
Più tardi la fece scendere davanti a casa
Sotto gli alberi sbalorditi della piazza.
Quando riprese la sua forma di ragazzo
Aveva i fianchi coperti di sangue,
Delle fitte atroci alla spalle,
E tanto male al cuoio capelluto,
Restò a letto per due settimane
A guardare la sua adolescenza fuggire
Con la più bella ragazza della sua vita.

René Depestre
trad. genseki
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Giovanni Pontano (1429-1453)


A cene mi hai invitato, o Stella, alle gioie del letto
La tavola è pronta, è pronto anche il letto.
Sei tu che offri e che ti offri
Quanti baci somministrerai tra molti sorsi di vino.
Va bene! Va bene! vengo a cena. però promettimi che finiremo a letto.
Accetto la cena, tu mantieni la tua promessa.
E per prima cosa sdraiati. Non nuda.
Vestita di velo tenuissimo, impregnato di balsamo ciprio.
Io ti seguirò. Accoglimi calma con un dolce bacio.
Stringimi al tepido seno
Come colomba aggiungi baci a' baci
Ed sia ogni bacio diverso da ogni altro.
Venere muta non amo: gemi lascive parole!
Non lasciar riposare le mani, le mani usale come la lingua
quelle col tatto, queste eccitano con il suono.
Gusta le gioie d'amore, poi verranno le lotte
di denti, di mani ardite, sarò io a volerle,
ti lamenti? Graffiami il petto, allora;
Io ti strapperò la tunica e una volta scivolata la veste
Sopra il capezzolo
Sarai nuda, lotterai senza scudo.
Con le mani stringimi il collo, abbandonati
Colpisci e subisci
Mordi, ti morderò io pure.
Che male fanno i morsi! Sdraiata piangerai. Io pure piangerò
Ti chiederò perdono e una gradita
Pace concluderemo con suggello di baci
Come pegno ti pace ti bacerò
E ben tre volte ti stringerò al mio petto.
Ecco il patto: il trattato del letto
Firmalo: io lo rispetterò.
Trad. genseki



Eridanus 1.9
Ad cenam me, Stella, vocas et gaudia lecti:

Mensa mihi posita est compositusque torus,
Ipsa ministrabis simul et simul ipsa recumbes
t dabis in medio basia multa mero,
Cena placet. Venio. Ponam sed foedera lecti:
Me tua cena iuvat, tu mea pacta proba.
Prima cuba, nec nuda tamen: tenuissima sed te
Tela tegat, Cyprio tela liquore madens.
Ipse sequar. Tu me amplexu placidissima blando
Excipe et in tepido (qua potes) abde sinu;
Oscula mox iunges cupidas imitata columbas,
Oscula non uno continuata modo.
Muta venus mihi nulla placet: suspiria misce
Aptaque lascivis garrula verba iocis;
Nec manus officio desit, manus aemula linguae est:ç
Haec tactu venerem suscitat, illa sono.
Gaudia Amor probat haec; verum, si rixa sequatur,
Quam dens, quamve aliquid moverit ausa manus,
Auctor ero rixae. Tu mox offensa quereris,
Unguibus et scindes pectora nostra tuis;
Scindam ego tunc tunicam, subducta et veste papillas
Nuda eris et nullo tegmine bella geres.
Ipsa manum collo inicies, super ipsa recumbes,
verbera et ipsa dabis, verbera et ipsa feres;
Dente petes, ego dente petam; demorsa dolebis,
Ipse querar, lacrimae prona per ora cadent.
Tum supplex veniam grata cum pace rogabo;
Ipsa dabis, simul et basia multa dabis;
Basia multa dabo, iungam quoque munera pacis,
Munera complexo ter repetita sinu.
Hoc est pacis opus, sunt haec sua foedera lecti:
Subscribas; per me nulla futura mora est.

*

Wednesday, May 30, 2007

Il Panormita

(1394-1471)


Pulcra decensque fui, redolens et mundior auro,
membra fuere mihi candidiora nive;
quae melius ne erat Senensi in fornice Thais,
gnorit vibratas ulla movere nates.
Rapta viris, tremula figebam basia lingua,
post etiam coitus, oscula multa dabam.
Lectus erat multo et niveo centone refertus,
tergebat nervos officiosa manus.

***

Bella fui e leggiadra, profumata, polita più dell’oro
Più candide della neve le mie membra;
Altra non v’era nel bordello di Siena
Che meglio sapesse muovere le natiche.
Presa dal maschio, insinuavo baciando la lingua fremente,
e dopo il coito, molto ancora baciavo.
Grande il mio letto coperto di candido drappo
Abile la mano sapeva carezze eccitanti.

Miguel Hernadez

Ballate d’assenza

I.

Non volle essere

Non conobbe l’incontro
Dell’uomo e della donna
Ed il vello amoroso
Non poté mai fiorire.
I suoi sensi trattenne
Non volendo sapere
Trasparenti discesero
Prima dell’albeggiare
Vide opaco domani
Si fissò nel suo ieri.

Non volle essere.

***

II.

Nel profondo dell’uomo
Acqua intorbidita

In un’acqua più chiara
Voglio veder la vita

Nel profondo dell’uomo
Acqua intorbidita.

In un’acqua più chiara
Dall’ombra non c’è uscita.

Nel profondo dell’uomo
Acqua intorbidita.

***

III.

Che vuole testardo vento
Che scende dal versante
Violento alle finestre
Se ti vesto di baci?

Travolgerci, trascinarci

Travolto trascinato
Il sangue dei due si separa
Il vento che vuole ancora
Facendosi più testardo?

Separarci.

***


IV.

Non uscirono mai
Da un verziere d’abbracci
Davanti al roseto rosso
Vagarono di baci.

E gli uragani vollero
Irosi separarli
E le ascie taglienti
Ed i rigidi raggi.

Accrebbero la terra
Delle pallide mani
Tagliaron precipizi
Sull’impulso del vento
Tra le bocche disfatte
Andaron per naufragi
Ogni volta più a fondo
Nei corpi, nelle braccia.
Inseguiti, affondati
Da ricordi e da lune
Da novembre e da marzo
Portati via nel vento
Come polvere lieve
Nel vento via portati,
Però sempre abbracciati.

***

V.

Il sole, la rosa e il bambino
Nacquero fiori d’un giorno
Son quotidiani soli
Bambini fiori nuovi.

Domani non ci sarò
Un altro sarà quello vero
Eppure non sarò più lontano
Di chi brama il suo ricordo.

Fiore d’un giorno è il più grande
Ai piedi del più piccino
Fiore di luce è il lampo
Il tempo fior dell’istante.

Andato te ne sei tra i fiori
Tra i fiori sono restato.

***

VI.

Donna, baciarci
Al sole, è baciarci
Nella vita intera
Ascendono le labbra,
elettricamente
vibrando di raggi
con tutto il furore
d’un sole tra quattro
Baciarsi alla luna
O donna è baciarsi
In tutta la morte.
Discendon le labbra
Con la luna intera,
Cercando l’occaso,
del labbro di sopra
del labbro di sotto
usata e gelata
nei suoi quattro tocchi.

VII.

Vorrei cercarti
Vorrei trovarti
Sotto la terra.

Sotto la terra
Del corpo mio
Sempre assetata.

***

VIII.

Corpo dell’albeggiare
Fiore da carne fiorito
Sento che solo volle
Esser fiore la tua vita.

O cuore che nell’affanno
D’un sol di s’apre e si serra
Un fiore non compie un anno
Ma lo compie sotto terra.

***

X.

Per questo sanno di morte le stazioni
Sanno di morte le stazioni e i porti
Per questo quando partiamo
Cadono come foglie i fazzoletti

Cadaveri vivi noi siamo
Lontani, sull’orizzonte.

***

XI.

Se ne vanno i tuoi occhi
Dagli occhi miei, ritorna
Dopo avere percorso
Un’altopiano assente.
Piombano le tue braccia
Tra le mie braccia, ascendono
Indietro fino a questa
Desolazione che senti
O gelo di desolazione
E’ il mio calore che vince.

XII.


Assenza vedo in tutto
Riflessa nei tuoi occhi
Assenza in tutto ascolto
La tua voce risuona
Assenza in tutto inspiro
Il fiato tuo sa d’erba
Tocco in tutto l’assenza
Si spopola il tuo corpo
Assenza provo in tutto
La tua bocca mi esilia.
In tutto sento assenza:
Assenza, assenza, assenza.

***

XIII

Melograni, uva, datteri
Rossi, dorata, rossi
E la menta dell’anima
Lo zafferano dei pori
L’uva come la tua fronte
L’uva come i tuoi occhi.
E i melograni feriti
Del tuo stupore fiorito,
I datteri con la snella
Tua dolcezza che non torna,
Lo zafferano, la menta
Piovono come zampilli
Sopra la povera mensa
Consumata dell’autunno
O morto che ti disperdi
Morto che io conosco
Morto di frutta caduto
Con l’ottobre sulle spalle.

***

XIV

E l’amore cresceva tra di noi
Come la luna tra quelle due palme
Che mai non si abracciarono.

Portò il rumore intimo dei corpi
Un ondeggiare come ninna-nanna
Pero la voce roca fu schiacciata
Pietre fatte le labbra.

Mosse la carne l’ansia di abbracciare
Rese più chiare le infiammate ossa
Ma le braccia che vollero distendersi
In altre braccia vennero a morire.

Passò tra noi l’amore come luna
A divorare i corpi solitari
Siamo fantasmi che vanno cercandosi
Fino a trovarsi nella lontananza.

***

XV.

Quando vengo alla tua porta
Giunge la sera a ferire
Con una bellezza deserta
Che non riesce mai a morire.

La tua porta non ha casa
Non ha strada: ma un sentiero
Per cui cammina la sera
Come l’acqua senza meta.

Ha una chiave la tua porta
Che stride per tutti quanti
Nella sera bella e grave
Non una rondine vola.

Vengo da Mondodolente

Mariano Brull

*

Vengo da Mondodolente.
In Verdelusinga vivo

*

Epitaffio alla Rosa

Spezzo una rosa eppure non ti trovo
Al vento, sì, colonne sfrondate,
Palazzo delle rose di rovine.
Ora cominci –tu, impossibil rosa –
Intessuta con gli aghi dello spazio
Al mare intatto di ogni delizia,
Ove tutte le rose
- Prima d’essere rose –
Bellezza son libera da bellezza.

***

La luna e il bambino giocano
Un gioco da nessun visto
Si vedono senza guardarsi
Lingua parlan senza suoni.
Che si dicono, che tacciono,
Chi conta un, due, tre
Chi tre, due e uno?
Per tornare a cominciare?
Che restò dentro lo specchio
Luna per vedere tutto?
Allegro e solo è il bambino
La luna stende ai suoi piedi
La neve dell’albeggiare
E l’azzurro dell’aurora;
Sulle due facce del mondo
- una ascolta, l’altra vede -
Si spezza il silenzio in due
La luce si pone inversa
Senza mani van le mani
A cercare chissà che.
Nel minuto di nessuno
Passa ciò che mai non fu

Da solo gioca il bambino
Un gioco da nessun visto.


*

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José Lezama Lima


Poesie



Il padiglione del vuoto

Vado con la vite
Ponendo domande alla parete
Un suono senza colore
Un colore coperto da un manto.
Però vacillo e momentaneamente
Cieco, posso appena sentirmi.
D’improvviso ricordo,
con le unghie vado aprendo
il tokonoma nel muro.
Ho bisogno di un piccolo vuoto
In cui ridurmi
Per poter riapparire,
Palparmi e porre la fronte al suo posto.
Un piccolo vuoto nel muro.

Sono in un caffè
Moltiplicatore di noia
L’insistente daiquirì
Ritorna come inutile volto
Per morte e primavera.
Percorro con le mani
Il risvolto che mi par freddo.
Non aspetto nessuno
Convinto che qualcuno dovrà pur venire.
D’improvviso, con l’unghia
Abbozzo un forellino nel tavolo.
Ora ho il tokonoma, il vuoto,
L’insuperabile compagnia
La conversazione in un angolo di Alessandria.
Sono con lui in un carosello
Di pattinatori al Prado.
Era un bimbo che respirava
Tutta la tenace rugiada del cielo,
Col vuoto, ormai come un gatto
Che ci avvolge il corpo intero,
D’un silenzio pieno di luci.

Tenere accanto a ciò che ci circonda
Accanto al nostro corpo
L’idea fissa che l’anima nostra
E l’involucro suo son contenuti
In un piccolo vuoto dentro il muro
O in un foglio di carta di seta
Graffiato con l’unghia.
Son fatto un punto che scompare e ritorna
Intero mi contiene il tokonoma.
Mi rendo invisibile
E nel rovescio ricopro il mio corpo
Nuotando sulla spiaggia
Circondato da bacellieri con nivei stendardi,
Matematici e giocatori di pallone
Che descrivono un gelato di mamey.
Il vuoto è più piccolo di una carta da gioco
E può essere grande come il cielo,
Ma possiamo farlo solo con un’unghia
Sul bordo di una tazza da caffè
Nel cielo che ci cade su una spalla.

Il principio s’unisce al tokonoma,
nel vuoto può nascondersi un canguro
senza perdere il giubilo del salto.
L’apparizione di una cavità
È misteriosa e sviluppa il terribile.
Nascondersi è tremare,
Suonano i corni dei cacciatori
Nel bosco congelato.
Ma calmo è il vuoto,
Lo possiamo attirare con un filo
Inaugurarlo nell’insignificanza.
Graffio d’un’unghia sopra la parete
Cade la calce
Qual pezzo di conchiglia
Della celeste tataruga
L’aridità nel vuoto
Sarà il primo o l’ultimo sentiero?
M’addormo, nel tokonoma
Evaporo nell’altro che continua il cammino.

***


Invisibile rumore

Quando s’innalza nel cielo spogliato
Danzando nell’abisso dell’altura
Che cancella nel frutto la figura
Cui danno forma i sensi del suo aroma

Onda breve disfatta nel matraccio,
impero illuso di una mano impura
distacco, fuoco vinto, biancheggiare
d’un mar finito sue ceneri doma.

Per l’odore del frutto trattenuto
Vanno le mani elaborando un senso
A restaurare l’inerzia d’un sorriso.

Così la freccia i suoi silenzi move
E cieca va cercando tra la neve
La propria stella quale frutto e muore.

***

Freccia e distanza sognano il rumore
Molle rugiada cade sulla seta,
A mezzaluna luce nuova pena
Che il suo silenzio magistral ci vieta.

Nell’articolazion sì dolce posa
Lenta dell’irridente fiume l’ombra
Del ciel che rende neve la sua morte,
Come ubriaco della sua scansione.

Non ciò che passa e che muto risuona
Non ciò che cade senza inganno o figura,
Ciò che invece ricade dietro l’ombra.

Peccato senza colpa, eterna pena
Che accompagna e che sfregia l’amarezza
Di ciò che cade e che nessuno noma.


***


Ma se ci assisti; ora là ti vedo
Onda su onda, manto dominato
Che giunge ad invitarmi a ciò che credo;
Il mio verbo, il tuo cielo, l’incarnato.

Tra i rami del ciliegio buon ristoro,
O di vimini in cesti governato
Il brutto nel passaggio ridestato
Si muterà nel volto dell’amato.

Si bagnerà lo spillo nella rosa
Sogno sarà col suo senso l’aroma
Noia l’aria che muove il cavaliere.

L’albero abbasserà la bella voce
La morte cesserà d’essere un suono:
l’eternità è all’ombra tua più breve.

***

Intermezzo ispanico di Pietro

A Gabriella

En el barco de estrelas llega el frìo
Tù dejalo llegar
Hablamos en la tienda de piel
Pajarillos latiendo
A la vela del corazòn.

***

En el barco de tus ojos
Llega el fuego
Lo espero
A luz de los alamos escondidos.

***

Pajaros de tus dientes
Me dan gana
De volar en el cielo de tu piel
Como chispa brotando
Sobre ramas
Nuevas en la primavera de tus manos.

***

Nieve te haces
brotando
En la extensiòn del prado de corderos
Tus pies miden sin miedo
La distancia que nos une.

***

Battaglia cinese

Separati dalla collina ondulata
Due eserciti mascherati
Lanciano interminabili barditi di battaglia.
Il capo nella sua tenda da campo,
interpreta la furia ancestrale del popolo.
L’altro fissando la linea del fiume,
Vede in un altro corpo la sua ombra e si rinnega.
La musica crescendo con il sangue
Precipita la marcia nella morte.
I due eserciti, come avvolti da nubi,
Si addormentano cancellando gli scarti temporali.
Come mutati in pietra stanno i capi
E contan l’ombre sfuggite dai corpi,
Contano i corpi fuggiti lungo il fiume.
Uno degli eserciti riuscì a mantenere
Unita la sua ombra al proprio corpo
Ed il suo corpo con il fiume fugace.
L’altro fu vinto da un immenso deserto sonnolento.
Rende il suo capo la spada con orgoglio.

***

Ah, te ne fuggi!

Ah, te ne fuggi proprio nell’istante
In cui avevi ormai raggiunto la tua miglior definizione
Ah, cara amica che tu non voglia credere
Alle domande della stella appena amputata
Che inumidisce le sue punte in altra nemica stella.

Ah, se potessi essere certo che all’ora del bagno
Quando nella medesima acqua discorsiva
Si bagnano il paesaggio immobile e i più fini animali:
Antilopi, serpenti dal passo breve, evaporato
Sembrano tra i sogni sollevare tranquilli
I capelli più lunghi e l’acqua del ricordo.
Amica se ci avessi lasciato
Nel marmo puro di tutti gli addii
La statua che ci avrebbe accompagnato
Ora che il vento, il vento burlone
Qual gatto si distende
Perché lo definiamo.

***

Minerva definisce il mare

Estrae Prosepina il fiore
Dell’infernale mobile radice
E il granchio seppellito alfin s’innalza
Alla grandezza ammirata del pistillo.
Cinge Minerva dispensatrice
Imbruna e confonde il mare.

Il granchio porta una corona.

Battente spuma, anemone
Sviscera l’orologio della notte
La pinna pettorale del nuotatore Ida.
Il suo petto, delfino oltredorato,
Coltello dell’aurora.
Saltano i pesci ciechi della grotta
Ritorcono, dissimulano, affrettano
I comandi dorati della dea
Colomba emanatrice.
Tra le colonne avvolte dalle alghe
Serpenti, i nascondigli delle aringhe
Socchiudono le labbra biforcute
Dentro i fiori remando i lor contorni
E’ lo specchio che serra il domino
Inciso nella porta cavernosa.
È un albero il suo lampo
Nella notte, nel suo sguardo
È il ragno azzurro che va disegnando
Le stalattiti del proprio tramonto.
Accampano nell’eros conoscente
Il mare che prolunga i suoi agnelli
Di rovine raddoppiate al salubre.
Ed al rintocco di dentati pesci,
Ecco il granchio che porta la corona.
Caduceo di serpi e di verzura
Il mare fronteggia lo specchio,
La sua lotta silente di riflessi
Che disdegna ogni oltraggio
Del nuotator gettato alla marina
Per macinare migliore farina.
Gettando il volto nell’acqua dello specchio
Va interrogando gli staffilati
Trilli del colibrì e il balenottero.
Il dito e il dado
Puntellano il caso
L’eternità nel suo gocciolìo
Il falso tremito del murice secato.
Il mascheron della Minerva
Il grandinare
Delle rovine del suo corinzio
Balbettare,
Ingannano il sale che brucia
Le viscere del mare.

Il ballerino si estende con il fiore
Freddo nelle fauci del pesce
Tra le rocce si estende
Per non giungere al mare.

È rotto il mascheron della Minerva
Non ora la piana di carezze della fronte
E il casco che ricopre le uova della tartaruga.
Saliva sopra il fico della danza,
Esteso il ballerino, in fior riassunto,
Il mare non lo poté toccare,
Tagliato il fuoco per mano dello specchio.
Senza invocarti, maschera colpita di Minerva,
Continua a distribuire agnelli di schiuma.
Scalinata tra il fiore e lo specchio
Il ragno che spalanca l’albero della notte,
Non poté giungere al mare.

Ecco il granchio che porta una corona.

***

La foglia caduta ammiro

La foglia caduta ammiro
Ché nel tuo oblìo decresce
La qualità del sospiro
Fermo che a voce si mesce.

E l’ombra del tuo ritiro
A notte non appartiene
Se insisto e quell’ombra ammiro
La tua assenza crescente non viene

Del vuoto la sostanza
Solo trova il suo concerto
Lo svelarsi elaborando

Presagio di rigido corpo
O dea perduta nel cielo
Che col mio corpo perseguo.

***

Corpo nudo

Corpo nudo nella barca
Un pesce vi dorme accanto
Che fuggito vuota il corpo
D’un nuovo punto d’argento.

Tra quel punto ed il fogliame
Estatica barca esala.
Mi trema la brezza al collo
L’uccello svaporava.

Il magnete tra le foglie
Tesse duplice corona.
Soltanto un ramo caduto
Illesa coglie la barca
Quell’albero che ricorda
Sogno da serpe ad ombra
.


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